lunedì 14 maggio 2012

Affascinante Rushooka.


Eccomi finalmente con almeno un mese di ritardo, ma pronta per incantarvi con il racconto della affascinante Rushooka.

Partendo da Kampala, comodamente seduta su una leva appuntita, dopo 5 ore di viaggio il primo ricordo di Rushooka è buio, un bel buio fitto in cui ti chiedi: ma “lui” che sta guidando come fa a scansare i buchi che tappezzano questa strada?! il primo ricordo luminoso invece è l’ingresso “a casa” con delle persone che ti aspettano, chi sono chi lo sa, ma lo sapremo.
Terzo ricordo ma non ultimo in graduatoria, la pizza che ci ha accolto calda sulla tavola imbandita, non male visto che ci troviamo in un villaggio sperduto dove non ti sembra di aver visto nemmeno una casa ma solo alberi e boscaglia!

Ma quando il solo sorge…. Rushooka è una distesa di verde, e nelle ore giuste gli alberi di banano risplendono di una sfumatura incredibilmente brillante mentre le loro foglie sembrano tagliate a quel modo proprio per creare un movimento simile a quello delle onde. Non sto enfatizzando, il paesaggio è molto bello, siamo oltre i 1700 metri e le colline intorno sono una cornice molto più bella delle distese secche del nord.
Dopo poche ore ci sentiamo già a casa e siamo già consci della semplicità con cui questi francescani vivono l’accoglienza e i loro rapporti.
Dopo qualche settimana è anche evidente che la gente qui non ha vissuto la guerra, a parte quei pochi scappati dal Rwanda durante il genocidio, questo li rende più liberi, più gioiosi e aperti, certo nulla toglie che ancora oggi dopo 2 mesi e più  sono capaci di fissarci per svariati minuti come se si aspettassero che improvvisamente cominciamo a camminare a testa in giù o a fare cose buffe! Una madre più coraggiosa si è addirittura spinta oltre indicando eccitatissima Giorgio a suo figlio attraverso gli spiragli della nostra siepe: “musungu!” (uomo bianco!). Questo però non limita la loro accoglienza e disponibilità ma fa semplicemente parte del folklore generale!
Senza ombra di dubbio Rushooka e la parte più bella di Uganda in cui abbia avuto l’occasione di stare fin ora, ma purtroppo ciò non cancella la povertà che è di casa anche qui e in alcuni casi l’ignoranza alimentata anche dalla lontananza dai grossi centri del paese. La gente qui vive principalmente di agricoltura e in alcune zone di pastorizia, la vita o la morte sono ancora troppo spesso legate alle buone o alle cattive stagioni. Quando i frati arrivarono qui non c’era nulla solo casupole di paglia o fango sparse su un territorio ampissimo, il posto più lontano della parrocchia in cui ci hanno portato è a due ore di macchina.
Ora grazie alla loro presenza e alla loro perseveranza qui c’è una bellissima chiesa, un centro di incontro per adulti e giovani, un asilo, una scuola, acqua corrente e elettricità e molto di più, tanto entusiasmo e collaborazione.
Abbiamo ricevuto una grande grazia potendo vivere con queste persone, frati ma prima di tutto uomini come noi (giovani, nessuno supera i 40 anni) con un energia che a volte pare inesauribile anche se il mondo qui sa essere “crudele” anche con loro a volte. Non è facile farsi giudici di ciò che è bene o ciò che è male per questa gente, non è facile investire su persone e progetti e a volte restarne delusi, o scegliere chi soffre di più perché tutti non puoi aiutare. Anche noi ci stiamo confrontando con questa fatica, quando alla tua porta si presentano più di 100 persone e tutte hanno un bisogno, di solito un bisogno vitale, non è facile mandare via qualcuno solo perché il suo caso non va bene per il progetto che sta partendo. Quando ti si presenta un ragazzo di 14 anni e ti chiede di aiutarlo con le tasse della scuola perché sua madre l’ha lasciato e il padre è sempre ubriaco, cosa fai gli dici che questo è un progetto per disabili? No, gli dici vediamo che posso fare...e il giorno dopo altre 5 persone vengono e ti chiedono lo stesso! Ma quello che è ammirevole è che se incontri un ragazzo onesto, per quanto giovane è disposto a dimostrarti che è serio, che la sua vita non se la vuole giocare male e se lo aiuti lui può in cambio fare qualcosa, un lavoretto, anche sciocco, nella parrocchia o in qualche progetto, anche se vuol dire fare un ora di strada per raggiungerti. A volte davvero non ci rendiamo conto quante cose diamo per scontate, quante cose nella nostra giovinezza sono state ovvie infondo.
E devo dirvi anche un'altra cosa: non c’è un minuto qui in cui non mi senta inadeguata, quando non so cosa dire alle decine di persone che chiedono aiuto, quando lavoro con le madri dei bimbi disabili e non riesco ad aiutarle, quando passo il tempo con i giovani della parrocchia e so che il 50% di loro è orfano e io invece posso avere tutto ciò che voglio e la mia mamma mi aspetta nella nostra casa con acqua corrente e elettricità. Ma qui mi insegnano che il sentirsi inadeguati non è una tragedia, ma uno stimolo perché domani io possa investire ancora di più, l’unica condizione umana con cui possiamo puntare più in alto. E qui la gente, per quanto sempre guardinga, lo percepisce, nonostante ci sia un “vocabolario intero” a dividerci!
E ora parliamo di questi bimbi che una o due volte a settimana ci raggiungono qui e nonostante quello che facciamo non sia niente di che, sono felici di quel poco che sappiamo dargli. Susan, orfana con un emiparesi e due occhi che dicono tanto, Lilian, autistica e travolgente, Daniel (down) a soli 2 anni e mezzo non cammina ancora ma è capace di intrattenere tutti noi,  Agness, epilettica, ogni movimento che percepisce intorno a sé alza le braccia e saluta, e Anita sordo muta ma più rumorosa di tutti gli altri. Loro e tanti altri con i problemi più svariati, e i loro genitori che hanno deciso di continuare a venire.
La sfida è proprio lì, tornare, accettare il limite del proprio figlio ma non stare a guardarlo, vivere in un posto che non offre niente per questi bimbi ma decidere di provarci, dar loro un luogo che possa quanto meno accoglierli e in cui scoprire i loro limiti e le loro possibilità.
Questo è quello che cerchiamo di fare e quello che anche voi da varese in qualche modo fate tramite noi PER loro. Spero sia possibile tempestarvi di foto al nostro ritorno, non per il gusto del reportage, ma perché anche voi sentiate un po’ sulla vostra pelle il loro tocco (quello più delicato e quello meno!) e il loro sguardo (indagatore!). E vi rendiate conto che quello che si fa anche da lontano, un appoggio, una preghiera, un offerta, è fatto per qualcuno… proprio per quella bimba lì che sale con i piedi pieni di terra sui materassi appena puliti, o per quel bimbo lì, che se ti distrai un attimo ti mangia il didò: qualcuno di reale, di unico, un incontro che è anche vostro che ci siete vicini.


Prossimamente a Rushooka?

Due fantastici viaggio a Mbarara, con pulmino ad alta tecnologia con due squadre di bambini pronti per un consulto specialistico, chi per gli occhi, chi per i piedini, chi per problematiche più complesse. Non sembreremo di certo la nazionale under 15 di Rushooka ma ci faremo valere!



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